Tante le tartarughe trovate morte e spiaggiate negli ultimi due mesi. Affogate e con i polmoni pieni d’acqua, viste galleggiare senza vita sulla superficie del mare. Circa 200 esemplari tra ottobre e novembre. Un fenomeno che ha interessato la costa di Friuli Venezia-Giulia, Emilia-Romagna (con 150 esemplari) e Marche. Anomalo sia per l’elevato numero di individui colpiti, il quintuplo della casistica dell’area, sia per il ristretto lasso di tempo e la fascia circoscritta in cui è avvenuto. E’ la triste contabilizzazione fatta anche dal referente di Daphne-Arpa, Carla Ferrari. Si tratta di tartarughe della specie Caretta caretta, trasportate dalle correnti marine sulle spiagge, in molti casi in avanzato di decomposizione. Queste specie hanno avuto una vistosa crescita di numero (un censimento parla di 50mila esemplari). E finiscono accidentalmente dentro le reti dei pescatori. Il presidente del Centro Ricerche Marine di Cesenatico, Attilio Rinaldi convalida la versione: «Di tartarughe in Adriatico potrebbero essercene più di quello che si crede. In mare trovano cibo abbondante e acque ancora temperate. Cosicché potrebbero essere finite in maggior numero intrappolate nelle reti. Una cattura non voluta. Dopodiché rimesse di nuovo in mare non ce l’avreb – bero fatta a sopravvivere. Dagli esami autoptici si sono riscontrate fratture agli arti, tumefazioni e acqua nei polmoni». L’elevato numero di spiaggiamenti è da attribuire ai venti di bora. Sauro Pari della Fondazione Cetacea presagisce che se le tartarughe cresceranno in Adriatico prima o poi potrebbe arrivare la sorpresa di vederle nidificare lungo alcune spiagge. Sottolinea la sensibilità che hanno alcuni pescatori che collaborano con la Fondazione Cetacea e invita, come Rinaldi, a sperimentare sistemi di pesca Life (previsti nei progetti Ue), con reti fatte per consentire alle tartarughe di uscire indenni. Una sperimentazione pilota capace di realizzare un marchio di qualità per i pescatori che la adottano.

Pier Stella
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